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Investire con Fideuram: analisi costi e rendimenti

Investimenti con Fideuram opinioni
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Quando si parla di gestione del patrimonio in Italia, Fideuram (Intesa Sanpaolo Private Banking) è spesso considerata un punto di riferimento. È la prima private bank nel nostro Paese, ha oltre 7.000 consulenti e gestisce centinaia di miliardi di euro. Proprio per questo motivo, molti investitori si aspettano un servizio di altissimo livello.

Ma la domanda più importante non è quanto sia grande una banca. La vera domanda è: quanto ti costa investire e cosa ottieni davvero in cambio? In questo articolo analizziamo nel dettaglio costi, rendimenti e struttura dei principali strumenti utilizzati, con un approccio concreto e basato sui numeri.

Fideuram: come guadagna davvero

Prima di entrare nel merito degli strumenti, c’è un dato che cambia completamente prospettiva. Il 66% dei ricavi di Fideuram deriva dalle commissioni pagate dai clienti. Due euro su tre che Fideuram incassa derivano direttamente dalle tasche dei propri clienti sotto forma di commissioni dai prodotti che i private banker raccomandano nei portafogli.

Questo significa che, in molti casi, il modello di business è fortemente legato alla vendita di prodotti finanziari. Non è necessariamente un problema, ma è un elemento fondamentale da tenere a mente quando si analizza un portafoglio.

Se due terzi dei ricavi arrivano da commissioni, diventa naturale chiedersi: quanto impattano questi costi sui tuoi rendimenti nel lungo periodo?


Questo schema, tra l’altro, non è isolato: dinamiche simili emergono anche analizzando altre realtà del sistema bancario italiano, come abbiamo già visto negli approfondimenti su investire con Unicredit e sugli investimenti con Mediolanum.

Il metodo di analisi: come confrontare gli investimenti Fideuram

Spendiamo qualche parola sul metodo che abbiamo utilizzato. Tutti i dati che vedrete provengono da fonti ufficiali. Prendiamo i KID (obbligatori per legge), i prospetti informativi e le schede prodotto disponibili pubblicamente.

I confronti li abbiamo costruiti sui benchmark di riferimento (ovvero gli indici passivi) e come fonte sui costi medi del settore ci siamo basati sul report pubblicato dall’ESMA nel 2024. L’obiettivo è semplice, mettere ogni investitore nelle condizioni di valutare in autonomia ciò che il proprio portafoglio contiene effettivamente. 

Per capire se un investimento è efficiente, bisogna partire da dati concreti. I confronti vanno sempre fatti con benchmark di mercato, cioè indici passivi che rappresentano il comportamento medio dei mercati.

Inoltre, è fondamentale considerare:

  • I costi annuali (TER)
  • Le eventuali commissioni di ingresso
  • Il livello di diversificazione
  • Il rendimento netto nel tempo

Solo mettendo insieme questi elementi si può avere una visione completa e prendere decisioni consapevoli.

Fondi azionari Fideuram: rendimenti e costi a confronto

Partiamo dal primo blocco di investimenti con Fideuram, i fondi azionari. Investire in azioni nel lungo periodo è corretto. Il problema, quasi sempre, non è cosa compri, ma quanto paghi per comprarlo.

Diversi studi mostrano che la maggior parte dei fondi attivi non riesce a battere il mercato nel lungo periodo. Questo significa che molti investitori pagano commissioni elevate senza ottenere un reale vantaggio.

Ed è qui che emerge il punto centrale: se il rendimento è simile, i costi fanno tutta la differenza.

Schroder ISF Italian Equity: quando il fondo batte il benchmark

Questo fondo è stato lanciato nel 2000 investe nel mercato italiano con gestione attiva e il suo TER, ossia il costo totale annuo sostenuto dall’investitore indipendentemente dal rendimento ottenuto, è dell’1,86%. A questo, si aggiunge una possibile commissione d’ingresso fino al 5%.

In questo caso specifico, ha fatto leggermente meglio del suo indice di riferimento (FTSE Mib).

In circa 16 anni 100.000 euro investiti nel fondo sono diventati circa 355.000 euro, mentre un ETF sul FTSE Mib li avrebbe portati a circa 345.000. Il fondo ha fatto leggermente meglio di circa 10.000 euro e quindi non possiamo dire che il fondo ha sottoperformato. 

A prima vista potrebbe sembrare una buona scelta. Ma fermarsi al rendimento è un errore.
La vera domanda è: ha senso investire solo in Italia?

Rendimento fondo Schroder ISF Italian vs benchmark

Quando confrontiamo questo fondo con un ETF che investe su tutta l’area euro, emerge un dato molto interessante: rendimenti simili, ma con costi drasticamente inferiori e maggiore diversificazione

Prendiamo infatti l’MSCI EMU, un ETF che copre 225 aziende distribuite in 19 paesi. I rendimenti sono praticamente identici (340k vs 335k su 100k investiti), ma da una parte abbiamo 40 titoli di un singolo paese, l’Italia, con un costo dell’1,86% annuo. Dall’altra parte abbiamo 225 aziende di 19 paesi diversi con un costo dello 0,12% all’anno. Stessa performance ma diversificazione completamente diversa e costi 15 volte inferiori.

A parità di rendimento quindi perché pagare 15 volte tanto per essere meno diversificato? La nostra alternativa sarebbe stata l’iShares Core MSCI EMU con un TER dello 0,12% annuo. Questo strumento replica l’indice MSCI EMU, circa appunto le 225 aziende distribuite in tutta la zona euro. La composizione è pubblica e ogni giorno è consultabile sul sito.

Non c’è nessun rischio legato alle scelte discrezionali di un gestore e non c’è nessun rischio paese singolo.  

Schroder ISF Italian vs MSCI EMU

Schroder ISF BRIC: il rischio della concentrazione

Il secondo fondo che vediamo oggi è forse il caso più emblematico di tutta l’analisi. Parliamo dello Schroder ISF BRIC, un fondo che nasce nel 2005 per investire nelle quattro grandi economie emergenti, Brasile, Russia, India e Cina (BRIC).

Il TER è dell’1,83% annuo e il fondo investe con gestione attiva in questi quattro mercati. La prima cosa da notare, e qui c’è un dettaglio narrativo che vale più di qualsiasi grafico, è che il fondo ha dovuto cambiare nome. Da BRIC è diventato BIC.

Perché? Perché dopo l’invasione dell’Ucrania nel 2022 la Russia è stata esclusa dai mercati finanziari internazionali. Il fondo si è ritrovato con un quarto del suo universo di investimento che da un giorno all’altro è diventato inaccessibile. Ecco, questo è esattamente il rischio concentrazione.

Quando scommetti su pochi paesi basta che uno di quei paesi attraversi una crisi, che può essere geopolitica, economica, finanziaria, e il tuo portafoglio ne paga le conseguenze per intero. 

I numeri rendono il confronto ancora più chiaro. In circa 11 anni 100 mila euro investiti nel fondo sono diventati circa 160 mila euro.

Lo stesso capitale investito in un ETF sui mercati emergenti diversificati, l’iShares Core MSCI EM IMI, che copre circa 3100 aziende in 24 paesi, sarebbe arrivato a circa 200 mila. 

Schroder ISF BIC vs ETF EM IMI

La differenza è di 40 mila euro, soldi che purtroppo hanno lavorato per il gestore e non per il cliente. Questo passaggio è centrale, perché mostra il vero impatto dei costi ricorrenti. 

I costi dell’1,83% sono stati incassati dal gestore ogni singolo anno, anche negli anni in cui il fondo perdeva, anche quando la Russia è diventata non investibile, anche quando il rendimento era negativo. 

La nostra alternativa sarebbe stata l’iShares Core MSCI EM IMI, con un TER dello 0,18% annuo, dieci volte meno costoso. Questo ETF copre circa 3.000 aziende distribuite in 24 mercati emergenti diversi.

La Cina rappresenta circa il 25% dell’indice, quindi se la Cina cresce ne benefici lo stesso, ma se attraversa una fase difficile hai altri 23 paesi che bilanciano l’esposizione. 

E c’è un dettaglio che trovo particolarmente significativo. Quando la Russia è stata esclusa dai mercati nel 2022, l’ETF l’ha rimossa automaticamente dall’indice e ha continuato a funzionare normalmente.

Non c’è stato nessun cambio di nome, nessuna crisi di identità, è semplicemente il meccanismo dell’indice che fa il suo lavoro. 

Per riassumere, puntare tutto su pochi paesi è una scommessa, diversificare sugli emergenti è una scelta sicuramente razionale. 

Morgan Stanley Global Brands: quando il costo distrugge il rendimento

Arriviamo ora al terzo e ultimo fondo azionario, parlando ora del Morgan Stanley Global Brands. Questo è uno dei casi più evidenti, si tratta di un fondo gestito da una delle case più prestigiose al mondo, con una lunga storia e masse importanti di capitali in gestione.

Non è un fondo qualunque, si tratta infatti di uno dei fondi più grandi al mondo del suo segmento, sono circa 20 miliardi di euro di masse gestite, con un team di gestione stabile da oltre 20 anni.

In teoria è il miglior biglietto della visita che la gestione attiva possa presentare. Se c’è un caso in cui il gestore attivo dovrebbe aggiungere valore, dovrebbe essere proprio questo. Il fondo è stato lanciato nel 2000, ha un TER dell’1,84% annuo e il benchmark di riferimento è l’MSCI World. E attenzione, in aggiunta al TER c’è una commissione d’ingresso che può arrivare fino al 5,75%

Nel confronto con un ETF globale, il risultato è netto: rendimenti molto inferiori e costi decisamente più elevati.

In 16 anni 100.000 euro investiti nel fondo sono diventati circa 280.000 euro. Lo stesso capitale investito in un ETF su MSCI World sarebbe arrivato a circa 595.000. La differenza è di 315.000 euro su un investimento iniziale di 100.000. Questi sono soldi che hanno pagato le commissioni di gestione invece di lavorare per l’investitore.

Morgan Stanley Global Brands vs MSCI World

La differenza nel lungo periodo diventa enorme. Non si tratta di piccoli scostamenti, ma di cifre che possono cambiare radicalmente il risultato finale di un investimento.

Questo conferma un principio fondamentale:
nei mercati efficienti, il costo è uno dei principali determinanti del rendimento netto.

La nostra alternativa in questo caso sarebbe stata liShares Core MSCI World con un TER dello 0,20%, 9 volte meno costoso del Global Brands. Investe in circa 1.500 aziende distribuite in 23 paesi sviluppati, la composizione è pubblica ogni giorno, sai esattamente cosa possiedi, non ci sono commissioni d’ingresso e non dipendi delle scelte discrezionali di nessun gestore, per quanto prestigioso possa essere il suo curriculum.

Fondi bilanciati: la gestione attiva funziona davvero?

Ma spostiamoci ora dai fondi azionari e passiamo ai fondi bilanciati. Molti investitori pensano che la gestione attiva abbia senso soprattutto nei fondi bilanciati, dove il gestore può spostarsi tra azioni e obbligazioni.

L’idea è semplice: adattarsi ai mercati per migliorare i risultati. Ma funziona davvero?

Vi anticipo che i fondi bilanciati attivi hanno costi medi molto più elevati rispetto alle alternative passive. Nel lungo periodo, questa differenza si traduce in decine di migliaia di euro in meno nel portafoglio.

Ed è qui che entra in gioco un concetto fondamentale:
anche una differenza dell’1-2% annuo diventa enorme nel tempo grazie all’interesse composto.

Morgan Stanley Global Balanced Risk Control

Il primo fondo bilanciato è il Morgan Stanley Global Balanced Risk Control, Funds of Funds, lanciato nel 2012.

Già dal nome ci sono tre elementi che dovrebbero farvi alzare un’antenna:

  • il primo, Risk Control. Il nome evoca sicurezza, protezione, controllo del rischio. Questo è perfetto per un cliente che vuole dormire tranquillo. 
  • il secondo, Fund of Funds. Questo significa che non investe direttamente in azioni e obbligazioni, ma in altri fondi. Questo crea un doppio strato di costi, paghi le commissioni del fondo esterno più quelle dei fondi sottostanti. 
  • il terzo, e qui arriviamo al numero che fa male, il TER del 3,07% annuo, 12 volte il costo del Vanguard Life Strategy equivalente.

E il benchmark non è dichiarato, non è a disposizione quindi un metro di paragone per capire se il gestore sta facendo veramente bene il suo lavoro. Quindi è come se stessi pagando il 3,07% all’anno fidandoti sulla parola. 

Guardiamo quindi il grafico insieme. In cinque anni, 100 mila euro investiti nel fondo sono diventati circa 104 mila euro. Sì, avete capito bene, il 4% in cinque anni. Al netto dell’inflazione, il potere d’acquisto è diminuito. 

MS GI Balanced Risk vs Vanguard 60%

Nello stesso periodo, il Vanguard Life Strategy 60%, che ha una locazione prudente identica a 60% azioni e 40% obbligazioni, ha portato lo stesso capitale a circa 119 mila euro.

La differenza è di 15 mila euro. Il fondo che permette di controllare il rischio ha avuto un calo più profondo rispetto a un ETF che non ha un gestore attivo, non ha una strategia tattica, non ha un comitato di investimento che prende decisioni, semplicemente segue le sue regole.

La nostra alternativa, appunto, sarebbe stata il Vanguard Life Strategy 40% Equity, con un TER dello 0,25% anno, che è appunto 12 volte meno costoso. La struttura è semplice, 40% azionario globale, 60% obbligazionario globale, con un ribilanciamento automatico già incluso all’interno del prodotto.

M&G Dynamic Allocation: il limite del market timing

Il secondo fondo bilanciato è la M&G Dynamic Allocation, lanciato nel 2018 e gestito da M&G Investments.

Il TER è del 2,47% anno e il fondo si posiziona come un bilanciato flessibile globale, cioè il gestore può muoversi liberamente tra azioni, obbligazioni e liquidità in base alle sue previsioni di mercato. Anche qui, come nel fondo precedente, non c’è nessun benchmark dichiarato, come già indicato senza un benchmark il gestore non può né perdere né vincere in modo misurabile, ma può solamente giustificare le sue scelte qualunque sia il mercato in cui si ritrova. 

La parola chiave qui è appunto dinamica, l’idea è che il gestore, grazie alla sua capacità di leggere i mercati, muova i pesi del portafoglio in anticipo rispetto ai movimenti del mercato.

Più azioni quando il mercato sale, più obbligazioni quando scende. In teoria è un’idea affascinante, in pratica è market timing, e i dati ci dicono da decenni che il market timing, in modo consistente, non funziona. 

Guardiamo i numeri, in cinque anni 100.000 euro investiti nel fondo sono diventati circa 125.000 euro, un rendimento del 25%. Nello stesso periodo il Vanguard Life Strategy 60%, con un allocazione statica 60-40 e nessuna decisione discrezionale, ha portato lo stesso capitale a circa 138.000 euro, con un rendimento del 38%. La differenza qui è di 13.000 euro. L’allocazione statica ha battuto quella dinamica, la semplicità ha battuto la complessità.

Rendimento M&G dynamic vs Vanguard 40%

Il costo del Vanguard è dello 0,25%, che è 10 volte inferiore rispetto a M&G Dynamic Allocation. Ha senso pagare il 2,47% all’anno per un gestore che muove i pesi del portafoglio in base alle sue previsioni? 

Quando un ETF da 0,25% con un’allocazione fissa ottiene un risultato migliore? La nostra alternativa sarebbe stata il Vanguard Life Strategy 60%. La struttura è trasparente, abbiamo il 60% azionario globale, 40% obbligazionario globale e ribilanciamento automatico incluso. 

Nostra opinione sugli investimenti Fideuram

Facciamo ora il punto di tutti gli strumenti che abbiamo analizzato in questo articolo. 

  • sullo Schroeder Italian Equity il risparmio annuo rispetto alla nostra alternativa è di circa 1.740 euro, qui però ricordiamoci che il fondo aveva battuto il benchmark, ma il confronto con ETF diversificato sull’intera zona euro cambia completamente la prospettiva.
  • sullo Schroeder BRIC il risparmio è di 1.650 euro, 
  • sul Morgan Stanley Global Brands si arriva a 1.640 euro, 
  • sul Morgan Stanley Risk Control il risparmio sale a 2.820 euro che è il più alto dell’intera analisi
  • sull’M&G Dynamic Allocation sono 2.220 euro.
Confronto rendimenti fondi Fideuram

La media sui cinque strumenti si attesta intorno ai 2.014 euro all’anno su 100.000 euro investiti. Può sembrare un numero gestibile, sono circa 170 euro al mese, ma se prendete quei 2.014 euro ogni anno e li lasciate crescere per 20 anni con l’interesse composto stiamo parlando di decine di migliaia di euro che la differenza di costo genera nel tempo. 

Da tenere anche presente che non abbiamo contato le commissioni d’ingresso, che in alcuni casi arrivano fino al 5,75%. Quindi il costo reale per chi ha questi prodotti in portafoglio da anni è probabilmente ancora più alto di quelli che abbiamo mostrato. 

Il vero valore di una consulenza finanziaria

Un buon portafoglio si costruisce su regole precise, non sulle previsioni. Tutti i fondi che promettono un rendimento positivo in ogni condizione di mercato stanno implicitamente dicendo che qualcuno sa prevedere il futuro meglio degli altri. I dati ci dicono che quasi sempre non è così e quella promessa ha un costo che il cliente paga ogni anno indipendentemente dal risultato. 

Arrivati a questo punto, è importante chiarire un aspetto: il problema non è la consulenza in sé, ma come viene strutturata.

Il nostro approccio si basa su sei principi:

  • lavoriamo esclusivamente con strumenti passivi e indicizzati, ETF che replicano indici di mercato senza scommettere su gestori o temi di moda.
  • privilegiamo l’accumulazione reinvestendo i proventi per sfruttare al massimo l’interesse composto. 
  • per la componente obbligazionaria utilizziamo titoli governativi diretti quindi i btp italiani, bund tedeschi o francesi che godono di una tassazione agevolata al 12,5% e offrono diversificazione reale rispetto all’azionario. 
  • evitiamo ogni forma di complessità inutile, non utilizziamo certificati, non utilizziamo prodotti strutturati e non utilizziamo fondi senza benchmark.
  • garantiamo trasparenza totale perché il cliente sappia cosa possiede, quanto costa e quando scade ogni strumento
  • siamo anche coach comportamentali, aiutiamo i nostri clienti ad evitare di prendere decisioni sbagliate nei momenti peggiori, solitamente in questi casi l’impatto sui rendimenti è molto più grande della differenza tra alcuni punti percentuali di rendimento

Per questi motivi, avere una consulenza indipendente può fare la differenza nel lungo periodo.

Conclusione: cosa imparare da questa analisi

L’analisi dei prodotti Fideuram porta a una conclusione molto chiara:
non basta guardare il rendimento, bisogna guardare anche costi, struttura e diversificazione.

Molti strumenti analizzati hanno costi elevati e, nella maggior parte dei casi, non offrono un vantaggio reale rispetto ad alternative più semplici ed economiche.

Questo non significa che tutto sia da scartare, ma significa che ogni scelta deve essere consapevole.Perché alla fine, negli investimenti, la differenza non la fanno i dettagli.
La fanno le decisioni ripetute nel tempo.

FAQ – Domande frequenti su Fideuram e investimenti

Quanto rende investire con Fideuram?

Il rendimento dipende dagli strumenti presenti nel portafoglio, dall’orizzonte temporale e dal livello di rischio. Non esiste quindi un rendimento unico.
Il punto centrale è capire se i prodotti utilizzati riescono a offrire un rendimento netto superiore rispetto ad alternative più efficienti. In molti casi, i costi incidono più del previsto e riducono significativamente il risultato finale.

Quali sono i migliori fondi Fideuram?

Non esiste una lista universale dei migliori fondi. Un fondo va sempre valutato considerando costi, rendimento rispetto al benchmark, rischio e livello di diversificazione.
La domanda corretta non è quale fondo è migliore, ma se ha davvero senso rispetto alle alternative disponibili sul mercato.

Quanto è affidabile Fideuram come Banca?

Fideuram è una realtà solida e parte di un grande gruppo bancario italiano. Da questo punto di vista, è un intermediario affidabile.
Tuttavia, affidabilità della banca e qualità degli investimenti sono due aspetti distinti. Anche prodotti offerti da istituzioni solide possono essere costosi o poco efficienti.

Qual è la Banca migliore per gli investimenti?

Non esiste una banca migliore in assoluto. La scelta dipende da costi, trasparenza e qualità della consulenza.
Per molti investitori, la soluzione più efficiente non è cercare la banca migliore, ma costruire un portafoglio con strumenti semplici, diversificati e a basso costo, eventualmente affiancati da una consulenza indipendente.

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Andrea Bussoletti Consulente Finanziario Indipendente Futura SCF

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